Garibaldi e l’Assedio di Roma

By 3 novembre 2016Curiosità, Mascia, Persone
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SPOILER!

Nel secondo capitolo del Romanzo Luigi Ferrari, correndo a Villa Pamphili, ricorda chequella zona è stata protagonista degli eventi relativi all’Assedio di Roma da parte dell’esercito francese contro i soldati della Repubblica Romana, capitanati da Garibaldi e Roselli.
Il professore ricorda che proprio quell’episodio è stato trasformato in una piece eseguita dai suoi studenti del Liceo Scientifico Malpighi, in preparazione della maturità finale.

La Repubblica Romana

La Repubblica Romana del 1849  è da considerarsi il chimerico sogno della rivolta liberalerisorgimentale che nei territori dello Stato pontificio estromise Papa Pio IX dai suoi poteri temporali, solo per pochi mesi, solo 5 mesi, dal 9 febbraio al 4 luglio 1849. La fantomatica “repubblica romana” fu governata da un triumvirato composto da Carlo Armellini, Giuseppe Mazzini ed Aurelio Saffi.
L’assedio di Roma ebbe luogo fra il 3 giugno e il 2 luglio 1849, quando il generale Oudinot, inviato dal presidente della Seconda Repubblica francese Luigi Napoleone, tentò per la seconda volta l’assalto a Roma, capitale della neoproclamata Repubblica Romana. L’assedio si concluse con la vittoria e l’ingresso dei francesi a Roma che vi insediarono un provvisorio governo militare in attesa del ritorno di papa Pio IX.

Garibaldi entra a Roma

A Roma venne costituito un governo provvisorio, che convocò nuove elezioni per il 21-22 gennaio 1849: la nuova assemblea venne inaugurata il 5 febbraio e, il 9 febbraio votò il “decreto fondamentale” di proclamazione della Repubblica Romana. In questo clima, il 12 dicembre entrava in Roma Garibaldi, con una legione di volontari.

Prima sconfitta dei Francesi e contrattacco

Sconfitti il 30 aprile i francesi avevano dovuto ritirarsi verso la costa, arretrando fino a Palo (presso Ladispoli), che era già stato il luogo del loro primo bivacco dopo lo sbarco a Civitavecchia del 24 aprile.

Dopo aver fatto imbarcare i circa 200 feriti verso la Corsica, aver ripristinato le scorte di munizioni e viveri, inglobati i rinforzi (brigata Chadeysson ed il resto della brigata Levaillant) l’esercito di Oudinot, che ora contava 10000 uomini, fu pronto in pochi giorni ad una nuova marcia di avvicinamento verso Roma.

Durante la manovra di avvicinamento l’esercito francese si tenne vicino alla linea destra del Tevere, e per facilitare l’arrivo via fiume dei rinforzi previsti Oudinot inviò il giorno 8 maggio un mezzo battaglione per occupare Fiumicino. La colonna francese stazionò il 10 e l’11 a Castel di Guido e presso il Tevere all’altezza della Magliana il giorno successivo. Nei giorni seguenti i francesi si avvicinarono ulteriormente alla città fino a porre, il 16, il quartier generale a villa Santucci, sulla via Portuense. Le mura di Roma distavano ora meno di quattro chilometri. I rinforzi continuarono ad arrivare, il 22 maggio, i circa 20000 francesi erano organizzati in 3 divisioni.

Il tre giugno, giorno dell’attacco, i francesi avevano un esercito di 30000 uomini, 4000 cavalieri, appoggiati da un imponente artiglieria (una decina di batterie divise tra artiglieria d’assedio e da campagna) e un migliaio di sappeurs (uomini del Genio)

Uomini, armi e attrezzature di rinforzo continuarono ad arrivare fino alla fine dell’assedio.

Garibaldi e Roselli

Garibaldi, che veniva tenuto a guardia della frontiera napoletana ad Anagni arrivò a Roma solo il 27 aprile grazie all’intervento del generale Avezzana che il 18 riuscì a vincere l’ostilità di Mazzini. La differenza di vedute tra quest’ultimo e Garibaldi segnò comunque gli eventi della Repubblica Romana influenzandone pesantemente la gestione della difesa. Dopo il 30 aprile Mazzini aveva imposto a Garibaldi di non contrattaccare i francesi che si ritiravano per cercare di trovare un accordo politico con la Francia.

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La scelta di promuovere, il 14 maggio come “Generale di Divisione Comandante in Capo dell’Esercito” Pietro Roselli, un romano, moderato ed ex soldato pontificio era inquadrabile con il progetto di Mazzini di non spaventare troppo il resto degli stati europei. Roselli e Garibaldi, che era generale di divisione e comandava la difesa del Gianicolo non andarono mai d’accordo.

I Francesi entrano a Roma

Il tre giugno, giorno dell’attacco, i francesi avevano un esercito di 30000 uomini, 4000 cavalieri, appoggiati da un imponente artiglieria (una decina di batterie divise tra artiglieria d’assedio e da campagna) e un migliaio di sappeurs (uomini del Genio)

Uomini, armi e attrezzature di rinforzo continuarono ad arrivare fino alla fine dell’assedio.

Una lettera firmata dal generale Oudinot e pervenuta il giorno 1º giugno al generale Pietro Roselli riportava come data della ripresa delle ostilità la mattina del 4 giugno:

« Generale,
Gli ordini del mio governo sono positivi. Essi mi prescrivono di entrare in Roma il più presto possibile. […] Ho fatto pervenire per iscritto ai vostri avamposti, che l’una e l’altra armata erano in diritto di ricominciare immediatamente le ostilità.
Solo per lasciare ai nostri connazionali che volessero abbandonare Roma e, su domanda del signor cancelliere dell’ambasciata di Francia, la possibilità di farlo con facilità, io differisco l’attacco della piazza sino a lunedì mattina per lo meno. Ricevete, generale, le assicurazioni dell’alta mia considerazione. »

Nonostante quanto facesse credere questa assicurazione alle 3 del mattino del 3 giugno, poco prima dell’alba, la colonna del generale Mollière (affiancata da una seconda colonna, condotta da Levaillant), fece saltare alcune mine nel recinto della Villa Doria Pamphilj, scacciando gli assai sorpresi difensori. Da lì proseguì contro Villa Corsini (detta anche Casino dei Quattro Venti), dove si erano rifugiati i circa 200 fuggitivi difensori del primo caposaldo, insieme a pochi bersaglieri del Pietramellara e al battaglione del Galletti. Tutte le forze romane, dopo tre ore di combattimenti, dovettero ripiegare sulla Villa del Vascello.

La linea di assalto dell’Oudinot ricalcava praticamente quella del 30 aprile, indirizzata com’era verso Porta San Pancrazio, sul lato occidentale delle mura aureliane, poco sotto il Vaticano e poco sopra Trastevere. Il piano di battaglia si era fatto però assai più prudente e prevedeva l’occupazione preventiva del colle Gianicolo e delle ville (in particolare la Doria Pamphilj) da cui era partito, precedentemente, il vittorioso contrattacco di Garibaldi.
Dopo 16 ore di combattimenti, le posizioni sul Gianicolo erano divise fra i francesi, che si fortificavano alla Doria Pamphilj e alla Corsini e i romani, attestati quasi esclusivamente al Vascello, ultima posizione prima delle mura di Roma. I difensori avevano perso almeno 700 uomini, 500 tra morti e feriti per la Legione Italiana di Garibaldi e 200 fra i bersaglieri di Manara; molto maggiore era il numero dei feriti. Oudinot perse fra 250 e 400 soldati, e una quindicina di ufficiali.

Da quel giorno la difesa di Roma dipese, sostanzialmente, dalla tenuta della Villa del Vascello, la cui difesa fu affidata al Medici. Essa, tuttavia, non venne subito assaltata dall’Oudinot, il quale preferiva cominciare il bombardamento della città, che gli risultava assai agevole dalle posizioni rialzate e assai prossime alle mura che aveva conquistato. Si concentrò, in particolare, sul quartiere di Trastevere che giaceva, lì, indifeso, sotto il suo sguardo.

I francesi avevano conquistato, inoltre, già dal 4 giugno una testa di ponte oltre ponte Milvio.

A partire da quella stessa data Oudinot aveva dato ordine di iniziare la costruzione di trincee e fortificazioni dalla chiesa di San Pancrazio fino alle scarpate di via Portuense, di fronte al Testaccio, con l’impiego di circa 1200 uomini condotti dagli ufficiali del genio.

Il giorno 12 i francesi inviarono un ultimatum che il presidente Giuseppe Galletti lesse all’Assemblea costituente, il messaggio minacciava, in caso di rifiuto ad arrendersi l’intensificarsi del bombardamento:

Come promesso, dal giorno successivo il bombardamento francese si intensificò.
Assemblea respinse l’ultimatum facendo notare, nella risposta al generale Oudinot, che la Repubblica Romana continuava ad attenersi agli accordi Mazzinidi Lesseps del 31 maggio.

Come già aveva fatto il dopo il 3 giugno, anche questa volta Oudinot scelse di non comandare immediatamente l’assalto, ma preferì indulgere a un feroce bombardamento, prolungato per più giorni. Al contrario del precedente, però, esso venne rivolto anche sulla città, con la finalità di indurre Roma alla resa. A nulla valse la vibrata protesta avanzata, il 24, dal corpo consolare.

Furono colpiti e danneggiati infatti importanti monumenti della città quali il Casino dell’Aurora di Palazzo Pallavicini Rospigliosi, dove una palla di cannone aveva centrato la loggia, senza comunque danneggiare la celebre Aurora di Guido Reni e il tempio della Fortuna Virile, danneggiandone un capitello.

Oudinot si preoccupò immediatamente di rinforzare i bastioni appena conquistati e decise, anche da essi di sviluppare un sistema di trincee.

Luciano Manara, colonnello dei bersaglieri e capo di Stato Maggiore dal 4 giugno 1849. Trovò la morte il 30 giugno 1849, durante l’assalto a Villa Spada

Il 26 comandò un nuovo assalto al Vascello (casa Giacometti era stata abbandonata due giorni innanzi) ma Medici e i suoi volontari respinsero ancora una volta l’assalto. La villa era ormai devastata dalle artiglierie francesi ed era l’unico caposaldo esterno alle mura di Roma.

La notte 29 e il 30 giugno iniziò l’ultima battaglia della Repubblica Romana.

Poco dopo le 2 del mattino i francesi assaltarono in silenzio la breccia del bastione VIII, organizzati in due colonne di tre compagnie comandate dal colonnello Espinasse. Raggiunsero praticamente indisturbati villa Spada, dove i romani riuscirono a fermarli provvisoriamente. Nell’attacco a sorpresa persero la vita circa 40 difensori, tra i quali Emilio Morosini e gli artiglieri della “batteria della Montagnola” vennero sopraffatti in un cruento corpo a corpo. L’alba del 30 si combatté furiosamente a Villa Spada e e villa Savorelli nella quale avevano ripiegato su ordine Garibaldi gli uomini di Medici ancora asserragliati al Vascello. I cannoni francesi non smisero di colpire le postazioni romane. Durante la mattinata trovarono la morte Luciano Manara ed Andrea Aguyar.

La battaglia si trascinò, perdendo di foga, fino alla sera.

A mezzogiorno del 1º luglio fu stipulata una breve tregua per raccogliere i morti e i feriti. Garibaldi e altri pochi uomini, ritiratisi definitivamente da Villa Spada, ripiegarono lungo la Lungara sperando di poter fermare il nemico a ponte San Angelo, barricandosi oltre il Tevere.

Alla Assemblea Costituente Mazzini dichiarò che l’alternativa era tra la capitolazione totale e la battaglia in città, con conseguenti distruzioni e saccheggi. Giunse allora Garibaldi, che confermò che oramai ogni resistenza era inutile.

Appurato che Roma era di fatto ormai indifendibile, bisognava valutare se esistessero alternative alla pura e semplice capitolazione e si poteva trattare per ottenere dignitose condizioni di resa. Si giunse a definire l’azione come “uscita dalla città” di tutti i combattenti che condividevano la decisione; obiettivo era quello di portare l’insurrezione nelle province di quella parte degli Stati pontifici non occupati dalle truppe francesi.

La mattina del 2 luglio Garibaldi tenne in piazza San Pietro il famosissimo discorso: “io esco da Roma: chi vuol continuare la guerra contro lo straniero, venga con me… non prometto paghe, non ozi molli. Acqua e pane quando se ne avrà”. Diede appuntamento per le 18 in piazza San Giovanni, dove trovò circa 4 000 armati, ottocento cavalli e un cannone, circa due terzi dei difensori repubblicani: alle 20 uscì dalla città seguito dalle truppe e dalla moglie Anita, vestita da uomo.

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