La storia di Infernetto

By 25 settembre 2016Luoghi, Mascia
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SPOILER!


Infernetto è il luogo dove il Commissario Nocilla e l’ispettore Moretti vanno per interrogare l’amica di Valentina. Mentre arrivano, Moretti ricorda come e da chi è stato costruito questo quartiere, gli scarriolanti ravennati, Nullo Baldini e le cooperative agricole; ma anche tutta la speculazione che ha dovuto subire il suo territorio.

Un nome insolito

Cominciamo dal nome , Infernetto così insolito, è frutto dell’uso che veniva fatto di grosse carbonaie nella zona che, impegnate per produrre lentamente carbone, producevano grandi fuochi che rendevano, viste da lontano, l’idea dell’inferno.

Il quartiere con un’estensione di 532,14 ha . ed una popolazione di 29.000 abitanti, insiste su un ambito urbano nel settore sud-ovest del Comune di Roma tra la Via Cristoforo Colombo, la tenuta Presidenziale di Castel Porziano e la Pineta di Castel Fusano.

Arrivano i Braccianti di Ravenna

Fra il 1858 e il 1868 i tecnici dello Stato Pontificio tentarono il risanamento idraulico di alcune zone litoranee ma, i loro tentativi, non ebbero grande fortuna. Il governo Pontificio, con l’intento di riportare alla produttività le antiche saline e di bonificare lo Stagno di Ostia, costituì nel gennaio 1858 la Società Pio-Ostiense con l’obbiettivo di migliorare la produzione salina e riconsegnare lo Stagno di Ostia alla coltivazione.

A determinare la persistenza delle plaghe non fu soltanto il fallimento dei lavori intentati dal Governo Pontifico ma anche l’inoperosità delle ricche famiglie nobiliari che non tentarono nessuna opera di bonifica privata, accontentandosi di far pascolare il loro bestiame nelle aree malsane. La combinazione fra questi fattori non fece altro che favorire il radicamento della malaria e la sua diffusione.

La necessità di bonificare le terre circostanti Roma, nacque all’indomani della sua proclamazione come capitale del nuovo regno Sabaudo.

Secondo gli esperti del tempo, infatti, l’insalubrità del clima dell’Agro romano avrebbe influito negativamente sullo sviluppo urbanistico della nuova Capitale.

Le scelte erano due: procedere per colmata, oppure per bonifica idraulica. La prima ipotesi prevedeva tempi di realizzazione anche di 50 anni, quindi il Regio Genio Civile propense per la seconda.

Dopo alcuni infruttuosi tentativi nel 1884, per raggiungere l’obiettivo, fu incaricata l’Associazione generale dei braccianti di Ravenna che il 24 novembre dello stesso anno inviò alla volta dell’Agro romano 500 braccianti e 50 donne ravennati (determinando così anche uno dei primi esempi di emigrazione interna, frutto della grave crisi economica degli anni ’80 del XIX secolo che aveva colpito la Romagna dopo l’invasione dei prodotti asiatici).

Il 25 novembre 1884 queste poche centinaia di uomini e donne riuniti nell’associazione generale degli operai braccianti del comune di Ravenna raggiunsero l’Agro Romano portando a termine una impresa titanica le cui tracce sono rimaste visibili ancora oggi sia per le strade del XIII Municipio di Roma che nelle persone. Quei pionieri del territorio compreso tra Roma e il mare, infatti, finirono inevitabilmente per influenzare anche la futura struttura sociale del litorale romano.
(liberamente tratto dalla tesi del Dott. Giorgio Opolka)

Una speculazione selvaggia

Il 16 dicembre 1889 furono avviati per la prima volta gli impianti che, in soli 12 giorni, prosciugarono oltre 1500 ettari di terreni paludosi (i grandi stagni di Ostia e di Maccarese). A questo punto partì l’ultima fase dell’opera, ovvero la realizzazione dei canali delle acque basse, che a spina di pesce tagliano ancora oggi tutto il litorale romano, evitando che piogge eccezionali trasformino nuovamente questo territorio in una palude.

L’impresa fu conclusa nel 1891 ma, il prosciugamento dell’intera area, non fu completato. Il parziale fallimento fu dovuto principalmente alla mancata trasformazione fondiaria: i latifondisti, infatti, non erano affatto interessati a sostenere le elevate spese di manutenzione delle opere di bonifica poiché gli acquitrini erano l’ambiente più idoneo all’allevamento delle loro mandrie di bufali.

Bisognerà aspettare il decennio compreso fra gli anni ’20 e ’30 per assistere ad una nuova spinta alla bonifica dell’area, questa volta ad opera delle politiche fasciste. Tale propulsione si realizzò attraverso il R.D.L. 215/1933, il quale, tra l’altro, rendeva obbligatoria l’esecuzione delle infrastrutture (strade, edifici rurali, stalle, silos, scuole, attrezzature e servizi) ad opera dei proprietari terrieri, prevedendo, in caso di inadempienza, che lo Stato intervenisse a espropriare le aree ed a completare i lavori. Gli scopi dichiarati di tale legge erano l’aumento della produzione agricola, la trasformazione delle zone paludose in aree coltivabili e una redistribuzione della popolazione fra città e campagna. La legge, comunque, rappresentava uno strumento strategico operativo polifunzionale, utilizzato per affrontare più ampi problemi di ordine politico, economico e sociale. La realizzazione di alcune di queste infrastrutture, eseguite dai latifondisti dell’epoca, fu solamente un espediente per evitare gli espropri continuando a preferire l’utilizzo dei terreni a pascolo.

L’inizio della “colonizzazione” dell’area si può far risalire alla fine degli anni quaranta quando, alcune famiglie immigrate da varie regioni d’Italia acquistarono i terreni dal principe G. Aldobrandini e vi insediarono le loro aziende agricole. Data la scarsa produttività del suolo i proprietari, dopo qualche tempo, abbandonarono l’attività agricola e a poco a poco vendettero i terreni a parenti, conoscenti e ad “abili imprenditori” che, vedendo nella possibile speculazione edilizia una veloce forma di arricchimento, iniziarono il lento ma progressivo “sviluppo” dell’area.

Le varie zone che oggi compongono la borgata dell’Infernetto hanno genesi diverse ma tutte caratterizzate da una serie di vicende, atti e documenti ritenuti dalla Magistratura Penale fraudolenti. Tali attività furono avviate da alcune imprese immobiliari promotrici delle relative pratiche che, a quanto sembra, l’Amministrazione Comunale avrebbe favorito con omissioni di verifiche d’ufficio e non osservanza delle leggi urbanistiche.

E’ il caso della lottizzazione “ La Luigina ”, effettuata privatamente dall’Ing. Luigi Faiella, dell’area del “Guerrino”, dell’area di “Ponte Olivella”, dell’area del “Macchione” e di quella del consorzio “Casa Mia”, ma il caso più rappresentativo, nonché il primo, fu sicuramente quello riguardante il comprensorio denominato “Colombia”.

(liberamente tratto dalla tesi del Dott. Giorgio Opolka)

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